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(  PAOLO BOTTIONI )

Anna Mavilla


Paolo Bottioni: poesia segreta dell’astrazione


 

 L’allestimento di questa personale, così come l’Autore l’ha pensato e voluto, ben evidenzia due passaggi decisivi che si possono riconoscere nell’opera di Paolo Bottioni e che rientrano nei termini del tradizionale rapporto tra astrazione e realtà, tra impressione ed espressione. Passaggi che avvengono in momenti diversi, e che coinvolgono l’ambito del soggetto (cioè il rapporto con la realtà o immagine naturale) e quello della materia (ovvero il rapporto con il colore, essenza stessa dell’atto pittorico e del suo prendere corpo sulla tela), dando origine a periodi in cui queste coppie, diverse ed opposte, lasciano emergere esperienze non combacianti fra di loro ma inclini a reciproche contaminazioni nel modo di vedere e di dipingere la realtà (dal post-impressionismo originario al successivo espressionismo astratto, fino alle prove influenzate dalla psicologia della visione di Rudolf Arnheim), e accomunate dalla medesima volontà, dallo stesso amore e dallo stesso destino di fare solo pittura, in un percorso che da un iniziale uso soggettivo, impressionistico-interpretativo dell’immagine naturale, giunge ad un linguaggio più propriamente percettivo o fenomenico.

In rapporto al soggetto si ha un primo momento in cui l’assunzione di realtà è più diretta, il contatto con l’immagine naturale più stretto, anche nei titoli (sono luoghi, o meglio atmosfere della città solo apparentemente ipotetici, dove il reale, l’immaginario e il simbolico si fondono in una trasposizione che, senza impaludarsi nelle trappole della mimesis, mantiene intatta tutta la sua suggestione comunicativa); ed un secondo momento in cui il soggetto è non riconoscibile, perché l’opera è interamente concepita alla luce delle regole oggettive e autosufficienti della struttura, intesa quale principio di organizzazione cosciente e razionale dei fattori compositivi, connotati da assoluta decifrabilità e da un forte impatto visivo.

Quanto al secondo passaggio, avvenuto nell’ambito del colore, si ha una prima parte in cui la materia si fa espressiva in rapporto al suo spessore (ora condensato e stratificato, ora sottile, stirato e leggiero, e in certi sfondi quasi vaporoso e rarefatto) riuscendo a conciliare forza e delicatezza; e una seconda parte in cui, pur nell’esiguità dei mezzi, i colori acquistano una purezza, un’intensità e una folgoranza che li rende come incandescenti ed esplosivi, in un concerto vibrante di accesa cromaticità. Unite in una tessitura a grandi campiture liberamente e variamente disposte, in un gioco caleidoscopico senza apparente regola e senza figurazione evidente (in realtà mai casuale o accidentale, bensì studiato alla luce di precise potenzialità combinatorie e di determinanti necessità spaziali), queste zone cromatiche acquistano forza e vitalità soprattutto nel valore dei loro contorni, che sono netti e rafforzati da cesure in nero. Rapide scansioni che segmentano, interagiscono, come il segno di una faglia che interrompe e crea intermittenze tra i colori primitivi, così da generare una texture omogenea, che garantisce alle singole taches un’emergenza insieme spaziale e suggestivamente poetica grazie alla loro valenza emotiva, ora caricata di uno splendore fortemente rialzato di valore cromatico puro, ora trattenuta dall’incanto di enigmatiche assonanze.