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Arte Significa: dentro a ogni cosa scoprire il Dio nascosto.

 

La realtà frammentata, spezzettata, sminuzzata di Paolo Bottioni è luce vista attraverso un caleidoscopio      ( che in greco significa “vedere bello”) impazzito, perché annulla la visione simmetrica che gli è propria per il gioco di specchi che la crea in una continua metamorfosi che incuriosisce ed incanta. La dimensione dell’incantamento o meglio dello sguardo incantato è anche in queste opere che scandiscono il mutare della natura e delle sue luminosità e luminescenze nell’arco di un intero anno, nel ciclo delle quattro stagioni, un incanto al quale il pittore si lascia andare, con meraviglia bambina, sorpreso a ricostruire un frammento che sia assoluto, quasi definitivo, che diventi emblema, bandiera di un attimo, incommensurabilmente breve, ma assolutamente intenso, di una quinta opposta dalla natura alla luce. E questo lacerto diventa esemplare per un tempo molto più lungo: quello cangiante della stagione e del mutare di lei, si fa paradigma di un tutto inesplicabile perché condizionato dallo spazio e dal tempo, qui soppressi. Come è ridotta l’immagine stessa del paesaggio naturale ridotto a scampolo, ad avanzo, apparentemente marginale, ma così intenso da racchiudere in sé una intera stagione, un’atmosfera, un clima, un cielo. Questa azione di parcellizzazione rende preziosa ogni opera ed obbliga, anche chi guarda, ad una maggiore  attenzione, a soffermarsi a decifrare luci, colori, taches, a farsi coinvolgere in questo tempo così astratto, perché non corrisponde ad una ora precisa, eppure così concreto perché quelle luci, quei contrasti cromatici devono essere ricostruiti in noi, trasformarsi da visione, seppur magica ed incantata, in sensazione ottica, che identifica e ci fa vibrare all’unisono con l’immagine. Ma questo può avvenire solo attraverso un riconoscimento, che frutto di esperienza è memoria. E’ il ricordo che infatti ci fa denominare correttamente questa colorata porzione di natura esistente, fuori di noi, fuori dell’oggi, e pietrificata in questa palpitante cromia, lieve di tocco e di sfarfallio di piatte schegge di colore. Una natura che diventa un velo, non ammette profondità, se non minime, se non per contrasto, quasi schermo ad una luce (o ad un buio?) che nasconde al di là di uno spessore che non ha consistenza in vero, che è puramente visivo. Ma è lo scorrere della sequenza, il passare da un quadro all’altro, che ci reimmerge nella natura come una dimensione esistenziale, nel suo trascorrere da una stagione all’altra. In qualche modo questo racconto per rimandi, tra sospensione dei ricordi e delle emozioni, tra contaminazioni individuali che emergono dalla storia di ciascuno è alla base della ricerca del dio “nascosto” di Bottioni. Ed è da questa lettura personale e parziale che viene codificato l’ambiguo ed irrisolto rapporto di Bottioni con la natura. Come insegnavano gli antichi rispetto al reale ci sono due modi di porsi: quello dionisiaco, che privilegia i sensi , la vita, il tumultuare del sangue e del respiro, l’irrazionale e l’individuale, al limite il silenzio e comunque non la forma. E quello apollineo che cerca la forma, che traduce il reale in racconto, in parola, tende all’assoluto e dietro ogni apparente disordine fa emergere un rigore, un’armonia che sopisce i turbamenti, attenua contrasti e smorza asperità, rende tutto olimpico, rasserenato. Bottioni pittore non ha ancora scelto se essere dionisiaco od apollineo, ma gli basta la magia di ricostruire un frammento di paesaggio che sulla sua tela diventa eterno, trascolorandosi di fronte a diversi occhi che guardano, a diversi animi che ricordano.

Marzio Dall’Acqua